Gino e Maria sono puntuali, anzi in anticipo. Ci accompagna Claudio,
loro figlio, con il furgone del ciclismo, all’aeroporto di Pisa.
Ore 05:50 check-in, ore 06:50 partenza volo per Monaco di Baviera
con Air Dolomiti. Perfetto orario.
L’aeroporto di Monaco è un perfetto esempio di efficienza teutonica,
bello, pulito, funzionale. Nonostante ciò è duro aspettare 7 ore
per il volo per San Francisco. Fin qui tutto bene, ma per il resto
del viaggio sono un po’ in ansia; è la 1^ volta che non si tratta
di un viaggio super organizzato, tipo villaggio o simile. Le difficoltà
con la lingua cominciano subito quando si entra nella zona imbarchi
per gli USA, gestita direttamente da personale americano. Controlli
rigorosi, registrazione dei passaporti a lettura ottica (altrimenti
occorre il visto), metal detector che suonano per uno spillo.
Comunque alle 16:10, con un po’ di ritardo, il volo LH458
della Lufthansa per San Francisco, decolla.
Saranno quasi 13 ore di volo non stop. Due pasti (tedeschi) una
specie di colazione, bibite a volontà, snack. Film solo in lingua
tedesca o inglese.
Qualche ora prima di atterrare ci consegnano i moduli del Visa
Waiver, quelli dove ti chiedono se sei un terrorista, se hai
rapito bambini, ecc. (veramente). Difficoltà a riempirli. Sbaglio
(non sono ammesse cancellature), ma il personale di bordo è gentilissimo
e mi porta 4 o 5 stampati nuovi, così ce la faccio. Sorvoliamo
l’Islanda e si vedono benissimo i ghiacciai ed i vulcani. L’aria
condizionata è un tormento. Ma ormai sono le 18:10, ora della
west coast e l’avventura sta per iniziare davvero.
Atterriamo in perfetto orario. Anche le procedure di ingresso
sono abbastanza rapide: impronte digitali elettroniche degli indici,
rigorosamente prima il destro, poi il sinistro, foto digitale
del viso. Ritiro dei bagagli rapidissimo e senza problemi. Alla
dogana ritirano solo il questionario family compilato in aereo
e timbrato alla frontiera. Ho sempre più difficoltà con la lingua,
anche se sono gentili non capisco neppure le parole più semplici,
meno male che ci sono Lisa e Mau.
San Francisco.
Per raggiungere la zona degli autonoleggi bisogna prendere un
treno a monorotaia, linea “blu”, per raggiungere il
780 di Mc Donnel Road, ad un paio di miglia dall’aereoporto.
Nasce il primo piccolo inconveniente: Mau entra al volo, ma con
i carrelli portabagagli non ci stiamo tutti, un attimo di indecisione,
le porte si chiudono e così parte da solo. Noi prendiamo il successivo,
3 o 4 minuti dopo. Fortunatamente Mau è sceso alla 1^ fermata,
ci vede sale e ci riuniamo. Alla ALAMO rent a car c’è una
fila numerosa, ci vuole una mezz’ora; così come ci avevano avvertiti,
ci propongono un’ auto più grande e altri servizi, rifiutiamo
tutto, anche perché siamo in 6 e l’auto è per 7 e abbiamo la formula
gold che prevede già fino a 3 guidatori aggiuntivi, assicurazioni
supplementari e primo pieno di benzina. Richiediamo anche il contratto
in italiano, ma non ce lo danno. Con il contratto scendiamo nel
garage e andiamo nel settore SUV e Minivan. Chiediamo ad un tizio
che sembra il responsabile del settore e senza nessuna formalità
ci indica la nostra auto, una Dodge Gran Caravan bianca
a 7 posti, veramente spaziosa. Ci vuole del bello e del buono
per convincere il tizio a spiegarci come funziona soprattutto
il cambio automatico, insistete, se non avete confidenza
con auto americane, prima di ritrovarsi a non sapere cosa fare.
Alla guida Mau, io faccio da navigatore. All’uscita controllo
veloce (c’è un codice a barre sul vetro) e via.
Prendere la US 101 direzione nord non è un problema, solo
che è già buio e la strada è a 5, 6 corsie per senso di marcia,
con un traffico velocissimo che si tiene oltre i limiti di 65
mil/ora. Ci vuol niente a sbagliare una corsia di incanalamento
per sola uscita (fate attenzione “only exit nome direzione”)
e ci ritroviamo sul Oakland Bridge direzione est. Alla
prima uscita lasciamo il ponte e entriamo in Treasure Island.
L’errore si trasforma in qualcosa di piacevole: davanti a noi
si staglia lo sky-line di San Francisco illuminato nella
notte, fantastico. Ci sono una mezza dozzina di limousine e altrettanti
pulmini carichi di turisti. Non ci fermiamo molto, è tardi e abbiamo
fretta di raggiungere l’albergo.
Riprendiamo il ponte in senso inverso, usciamo a destra sulla
5th Street, poi Market Street e Ellis Street.
Intravediamo l’insegna Monticello Inn e ci fermiamo davanti
all’hotel. Capiamo subito che parcheggiare da quelle parti è un
problema, così lasciamo fare al personale dell’hotel e alla fine
pagheremo una bella pisola: 68 $, 30 a notte più le tasse.
Ma non avremmo saputo fare diversamente. L’albergo è più carino
fuori che dentro, solo la posizione è perfetta, dietro a Union
Square e a due passi dal capolinea dei Cable Cars di
Powel Street.
Sabato 28 maggio. Forse per il fuso orario, forse perché
in aereo ho preso troppi caffè, non chiudo occhio e alle 06:30
del mattino dopo, con quasi 50 ore senza dormire, mi ritrovo da
solo a fare foto alle vetture dei Cable Cars che il personale
ruota a mano sulle piattaforme girevoli per invertirne
il senso di marcia. Torno in hotel e alle 08:00 siamo tutti a
fare i biglietti (belli, delle cartoline) per la linea Powel
-Hyde, 2 corse, andata e ritorno, per 7 $ a testa.
Il Cable Car e le strade che percorre sono incredibili. Salite
con pendenze anche del 15%, su è giù fino al capolinea di
Hyde Sreet. Un tratto a piedi e siamo al Fisherman’s Wharf,
il vecchio porto dei pescatori riattrezzato per il turismo. Ci
sono ceste di granchioni enormi che ti cucinano lì per lì, ma
non ce la sentiamo di fare colazione in quel modo ed optiamo per
un “cappuccino” (parola comune come pizza) di mezzo litro e un
cornetto gigante al cioccolato, o alla crema in un bar pseudo
italiano gestito da cinesi (!?). Il tutto non male per 6,50
$ a testa.
Andiamo al Pier 39 per vedere i leoni marini. Sono decine
e decine, tutti su delle zattere, a crogiolarsi ad un sole che
non c’è e, anzi, per noi fa freddino, anche se i nuvoli stanno
diradandosi. Giriamo un po’ per il villaggio finto pescatori,
carino, tutto localini e ristorantini rigorosamente di legno,
colori vivaci e molta gente. Compriamo una scheda telefonica alle
macchinette e proviamo a chiamare. Non ci riusciamo, l’operatore
ci dice che essendo un telefono pubblico, dobbiamo inserire delle
monete (io lo capisco perchè seleziono la lingua spagnola), inseriamo
monete di tutti i tagli, ma non ci riusciamo. Andiamo via ripromettendoci
di riprovare più tardi. Riprendiamo un Cable Car e c’ è da fare
una lunga fila, così non ce la facciamo ad andare da Ghirardelli,
la nota cioccolateria e Tami si adombra un po’. Intanto è uscito
un sole splendido e a mezzogiorno e mezzo siamo in Union Square.
Mau e Lisa vanno al Nike Town, io li seguo per un po’ a
curiosare tra gli ultimi modelli di scarpe che costano la metà
esatta che in Italia e poi raggiungo gli altri che si sono infilati
da Macy’s. Scendiamo, ci ritroviamo e mangiamo un hot-dog
seduti nella piazza che è veramente una bomboniera. Torniamo con
due passi all’hotel e ci facciamo portare l’auto: direzione Golden
Gate.
Ci fermiamo al primo Vista Point, sul lato sud. Parcheggiamo
e utilizziamo per la 1^ volta i parchimetri a moneta; un quarto
di dollaro per un’ora. Lo spettacolo è fantastico: il cielo è
limpido e il sole caldissimo, le foto si sprecano. Ma la meraviglia
è dall’altra parte: traversiamo il ponte ed è già di per se fantastico,
poi decidiamo di salire sulla collina sulla sinistra dove vediamo
tantissime auto. Usciamo a destra, facciamo la rampa e attraverso
un sottopassaggio iniziamo a salire. Mentre avanziamo il panorama
si fa sempre più bello, ma ci fermiamo solo dove non si può più
andare avanti se non a piedi. Camminiamo per un po’ e raggiungiamo
un terrazzino che è il Vista Point più alto. Lo scenario è esaltante,
con appena un velo di foschia, San Francisco ci si presenta davanti
con tutta la bellezza dello sky-line. Il Golden Gate, la Downtown
con il grattacielo a piramide. Alcatraz in mezzo alla baia
e centinaia di barche a vela. Dall’altra parte la baia dalla parte
dell’oceano, con spiagge e scogliere. Anche qui non smetteremmo
mai di fotografare. Ci spiace abbandonare queste bellezze, ma
risaliamo in auto e ripercorriamo il ponte verso sud; al termine
c’è il casello e si paga il pedaggio.
Ripercorriamo la US 101 e poi deviamo per arrivare in
Lombard Street. Vicino a quella che viene considerata la strada
cittadina più tortuosa del mondo, la polizia ci fa fare un giro
che nelle loro intenzioni dovrebbe smaltire il traffico, ma che
ci costringe a una coda con relative fermate e ripartente su salite
anche del 14%. Alla fine scendiamo questa famosa Lombard
Street. Carina, tutta fiorita di ortensie e pavimentata di mattoncini
rossi, Tami è entusiasta, ma a me non dice più di tanto. Foto
di rito, anche se rimane in controluce e poi proseguiamo per Telegraph
Hill e la Coit Tower. Anche lì coda di auto, tanto
che quando arriviamo decidiamo di non salire sulla torre per non
fare anche una coda a piedi. Intanto cala il sole e ricomincia
a fare freschino.
Rientriamo in hotel e poi cerchiamo dove cenare vagando un po’
per la Downtown; l’idea era quella di raggiungere Chinatown,
ma ci infiliamo dentro ad un locale, da Helly’s dove prendiamo
una New York steak (bistecca) ricoperta di patatine fritte
e verdurine, non male, la carne è morbida e saporita e il locale
è tutto in stile Happy Days, con i tavoli fra panche fisse con
gli schienali alti e imbottiti. Ricordate che quando chiedete
una bistecca (steak) di qualsiasi tipo e dimensione, vi chiederanno
sempre come la volete cotta: “meat”, “medium”, o “well-done”;
per la nostra esperienza è bene sempre prenderla medium, , mai
well-done, perché è veramente bruciata. Paghiamo 21 $
a testa e stanchi morti, io sono più di 2 giorni che non dormo,
si va a nanna. Domani alle 08:00 si parte per Kings e Sequoia
Park.
Domenica 29 maggio. Facciamo colazione in un piccolo bar
di fronte al capolinea di Powel Street delle Cable Cars, cappuccino
migliore di quello di ieri e una pasta enorme ai mirtilli,
spendiamo 7 $ a testa, ma va bene.
Per uscire da San Francisco e prendere la I-80 Est, direzione
Oakland Bridge, facciamo un po’ di casino per colpa dei
one–way, così ci ritroviamo in ritardo. Dobbiamo percorrere 380
km fino all’ingresso del Kings e altri 100 circa per
arrivare a Three Rivers. Le Intestate e Freeway
sono tutte scorrevolissime, i limiti fra 75 e 55 miglia/orarie
accettabili e tutti, compresi noi, corrono di 5 miglia sopra il
limite. Percorriamo così il ponte, poi la I – 580 Est,
la I – 205 Est, un tratto della I - 5 Nord, poi
la SR 120 e infine imbocchiamo la SR 99 Sud. Da
qui la strada è tutta dritta fino a Fresno, dove dovremo
deviare sulla SR 180 “Kings Canyon Road”. Recuperiamo
tempo (i tempi di percorrenza calcolati con Sreet Atlas USA si
dimostreranno molto in eccesso, in realtà le strade consentiranno
sempre di essere più rapidi) e ci permettiamo anche di fermarci
per comprare frutta, prima delle fragole da dei coloni
forse messicani, che vendono in un chioschetto ai bordi della
strada, buonissime, dolci anche troppo. Poi, appena dopo Fresno,
all’inizio della SR 180, appena passato il cartello per i parchi,
ci fermiamo in una rivendita di frutta molto organizzata e
pittoresca, con anche una ragazza vestita come una quaqquera,
cuffietta e grembiulone compresi. Compriamo un po’ di tutto, ciliegie,
susine, albicocche, pesche. Anche perché la campagna invoglia;
sono ormai ore che viaggiamo tra frutteti e vigneti. E’ qui che
producono il vino che ormai ci fa concorrenza.
Kings e Sequoia National
Park.
Percorrendo la SR 180 il paesaggio cambia, spariscono quasi subito
le coltivazioni e la strada inizia a salire, anche se non sembra.
Ci fermiamo a pranzare al Trading Center di Squaw Valley
e facciamo anche benzina per la prima volta. I distributori funzionano
così, o si paga prima alla cassa e poi ci si rifornisce della
quantità che si è pagata, o si usa la carta di credito che è il
sistema più semplice e più rapido. Qui la benzina è caruccia,
2,39 e 9/10, conviene sempre farla dove costa meno, anche
se si ha ancora mezzo serbatoio. Nel locale bar – ristorante “Bear
Mountain” c’ è un folto gruppo di Harleysti; sono proprio
come quelli nei film, gilet di pelle borchiati, bandana (nessuno
usa il casco, non è obbligatorio) e le moto lucidissime parcheggiate
in fila, fantastico, non sono cose inventate per il cinema o la
tv, esistono davvero.
Avevamo già deciso per dei panini in modo da fare presto ed, invece,
si rivela una scelta sbagliata, per 6 panini ci mettono
50 minuti. Capiremo dopo che se gli si modifica lo standard,
cioè, loro chiamano un panino, o una pizza con un nome e dentro
o sopra, ci sono tutta una serie di salsine ed ingredienti, se
non ci vuoi qualcosa, o comunque chiedi una modifica, vanno nel
pallone e non ci escono più. Noi gli avevamo ordinato 6 panini
“personalizzati”, immaginatevi. Comunque sono buoni e giganteschi,
con tanto di busta di patatine come contorno e nemmeno cari.
Risiamo in ritardo e la strada sale sempre più, diventando sempre
più scenica. Arriviamo davanti all’ingresso del Kings National
Park alle 15:00, per percorrere 380 km abbiamo
impiegato 6 ore, ma abbiamo sostato per almeno 2.
C’è una ranger vestita come nel cartone animato di Yoghi
e Bubu, con tanto di cappello largo, ci accoglie con un sorriso.
Compriamo la National Park Pass per 50 $, è la carta che
ci consentirà di entrare con l’auto e 6 persone a bordo in tutti
i parchi nazionali risparmiando molto, tenete di conto che un
veicolo con un massimo di 6 persone paga 20 $ in ogni parco
nazionale. Ricordate di firmarla e di avere il passaporto firmato,
è l’unico controllo che effettuano. Assieme alla carta, una specie
di bancomat, ci consegnano anche una mappa dettagliata
dei parchi, una rivista e un foglio in italiano che riassume la
rivista. Non in tutti parchi ci daranno lo stampato in italiano,
ma in un paio si.
Facciamo la 1^ tappa a Grant Grove per vedere la Generale
Grant Tree, sulla SR 180. Le sequoie, man mano che ci avviciniamo
alla Generale Grant, sono sempre più alte ed incredibili. La Generale
poi supera le aspettative. Va vista, descriverla è riduttivo,
quasi tremila anni d’età alta più di 80 metri e 15 persone non
ce la fanno ad abbracciarla. Ma è tutto il bosco che sembra incantato.
Il sole non è perfetto e ogni tanto si copre di nuvole bianchissime,
siamo a oltre 2.500 metri di altitudine e il clima
è tipicamente montano, ma questo rende tutto ancora più suggestivo.
Ma è andando verso Sequoia National Park (i due parchi
sono attaccati e in realtà sono un tutt’uno), percorrendo una
strada di alta montagna, la SR198 Scenic Byway “Generals Higway”
che il bosco diventa sempre più da film. Ci fermiamo alla Generale
Sherman Tree, al Tunnel Log, Parker Group e
in tutti i punti più famosi indicati nella mappa. Al Tunnel Log
facciamo tre giri con l’auto (c’è un loop) per farci le foto.
Poi, per finire, saliamo sul Moro Rock. Il sentiero, anche
se più che praticabile, in pratica una scalinata, è impegnativo
e arriviamo in vetta, dopo una mezz’ora, stremati. Il paesaggio
è imponente, anche se le nostre Alpi, o Dolomiti, offrono molto
di più, ma qui siamo comunque fra le più alte montagne degli Stati
Uniti, nel massiccio della Sierra Nevada.
Ed è nella strada che scende da Sequoia verso Three Rivers
che la natura ci riserba delle sorprese: Prima dei cerbiatti che
brucano i fiori ai lati della strada; scendiamo dall’auto e si
lasciano avvicinare fino a 4, 5 metri senza timore lasciandosi
fotografare. Poi scoiattoli e per finire un orso bruno.
Ci eravamo fermati in una piazzola attrezzata con servizi igienici
e fontanelle d’acqua, quando tra i tavoli da pic-nic vediamo l’orso
che fruga con il muso, tranquillo, avvicinandosi a dei turisti
che stanno facendo bistecche arrosto, ma senza disturbarsi a vicenda.
Fantastico, l’orso Yoghy non è solo un cartone animato, esiste
nella realtà.
Arriviamo all’hotel, il Holiday Inn Expess di Three Rivers
con il buio fitto. Cerchiamo dove mangiare, sono le 22:00 e in
un locale, un ristorante messicano, ci dicono che hanno già chiuso.
Ripieghiamo in una pizzeria lì vicina, anche qui stanno già facendo
le pulizie, ma ci dicono di accomodarci in un angolo e che le
pizze le possono fare. Non commettiamo l’errore di richiedere
modifiche e in dieci minuti ci servono, pizze nelle scatole di
cartone anche se consumiamo al tavolo, capiamo che è perché se
ci avanzano le possiamo portare via, lì, come in tutti gli USA,
è normale. Le pizze sono buone e spendiamo pochissimo, sui 12
$ a testa, compreso le bibite e i refill (cioè puoi
riempire il bicchiere, pagando una sola volta, non però per la
birra e il vino). Rientriamo in albergo e non ci rimane che andare
a dormire, domani c’è una tappa lunga, fino alla Death Valley.
Death Valley.
Lunedi 30 maggio. Stamani dobbiamo percorrere circa 480
km. Facciamo colazione in hotel, visto che è compresa e ci
lasciamo prendere la mano, saccheggiando un po’ la dispensa di
plum-cake, oltre che ad ingozzarci. Partiamo con una mezz’ora
di ritardo sul previsto, l’hotel è sulla SR 198 “Sierra Drive”
che percorriamo verso sud. Sbagliamo ancora e imbocchiamo la SR65
verso nord, invece che sud, meno male che la giunzione ha diverse
uscite e possibilità di rientrare, così perdendo non più di 10
minuti, siamo sulla SR 65 sud e poi imbocchiamo la SR155
est. E’ una bellissima strada panoramica che percorre, come
dice Lisa, “il nulla”. Circondati prima da una campagna semibrulla
e poi da boschi, incontriamo si e no 5 o 6 auto e 3 o 4 villaggi
con i cartelli con il nome e il numero degli abitanti, (196 con
l’ultimo numero corretto a mano, deve essere nato o deceduto qualcuno).
La strada si inerpica fino al passo Greenhorne Summit, molto oltre
i 6.000 piedi, più di 2.000 metri, per poi scendere di nuovo fino
ad un bel lago, il Lake Isabella, attrezzato di marine
per tutti gli sport d’acqua, incastonato fra colline alte e brulle
e pieno di turisti. Imbocchiamo la SR 178 costeggiando
per un po’ il lago, verrebbe voglia di fermarsi tanto è bello
il posto, ma siamo appena a metà strada. Ci fermiamo invece a
metà della SR 178. La strada attraversa il deserto Californiano
ed ai lati crescono dei cactus incredibili, non i classici saguaro,
ma una cosa che non avevamo mai vista neppure in foto. Stop di
20 minuti e tantissime foto, in una luce accecante e almeno 38
gradi all’ombra.
Si riparte, dalla 178 passiamo alla SR 14, sempre nel deserto
e poi alla junction imbocchiamo la US 395 nord, finalmente
una Freeway a doppia corsia, con lo spartitraffico larghissimo
di sterrato ed incredibilmente dritta fin oltre l’orizzonte. Guido
io e finalmente sento di essere proprio nell’ovest americano.
Ci fermiamo a fare rifornimento, abbiamo saputo che all’interno
della Valle c’è solo un distributore e la benziana è cara,
e a mangiare nel self-service della stazione di servizio: prendo
un tacos alla messicana, tortillas con carne di pollo e
altro non meglio identificato. Non mancano le ognipresenti patatine
fritte, gli altri cose simili. Non arriviamo a spendere 7 $
a testa. Lasciamo la Freeway per imboccare la SR 190 est.
E’ subito uno spettacolo fantastico. Dopo tanto altopiano e montagne,
siamo sul livello del mare e forse poco al di sotto. La Valle
della Morte si presenta così, non ci siamo ancora, ma già
la pianura è riarsa e macchie di sale si vedono in lontananza.
Saliamo superando le montagne che circondano la Death Valley,
per ridiscendere su quelle strade dritte con una leggera piega
a sinistra o a destra in lontananza. La Valle della Morte è un
parco aperto, non ci sono i rangers nel loro casottino a darci
la mappa, ma noi siamo organizzati e l’abbiamo scaricata da internet.
Passiamo Stovepipe Wells, un trading post e qualche casa
di legno e, dopo aver percorso 450 km in 7 ore,
ci fermiamo al primo Vista Point delle Sand Dunes. Fermiano
l’auto e decidiamo di inoltrarci fra le dune. Sono le 4 del pomeriggio,
temperatura intorno ai 105° F, all’incirca i nostri 40°, umidità
meno del 15%, sudi e non te ne accorgi perché evapora subito,
ma rischi di disidratarti. Eccetto io e Mau, tutti gli altri rinunciano
alle prime dune un po’ più in rilievo. Noi due andiamo avanti
e saliamo fino alla seconda duna più alta. Lo sforzo è notevole,
si affonda nella sabbia bianca e finissima sulla quale non si
tiene una mano tanto scotta. Non raggiungiamo la duna più alta,
sui 70 metri, perché è tardi (è occorsa un’ora per arrivare fin
lì) e perché abbiamo finito l’acqua, ma il panorama che si vede
da quei 50/60 metri è incredibile: sembra di essere in un piccolo
Sahara, fra l’altro è veramente deserto, ci siamo solo noi e uno
che ha raggiunto la cima più alta ed è lì da una mezz’ora, seduto
e come perduto a guardare il vuoto. Torniamo all’auto e anche
la discesa si rivela faticosa; fa ancora più caldo e siamo senza
acqua. Non avventuratevi in questa escursione se non siete
allenati per bene, molto a posto fisicamente e senza acqua. Specie
se in piena estate, con temperature vicino ai 50°C. Ma se siete
in grado, è un’esperienza eccezionale. Riprendiamo l’auto,
condizionatore a palla, percorriamo ancora 30 km. e arriviamo
a Furnace Creeck. In tempo per sistemarci al Furnace
Creeck Ranch. Alla reception sono cortesi, non ci chiedono
neppure la carta di credito, ci avvertono soltanto che telefonare
costa molto e che se ne abbiamo intenzione, dobbiamo lasciare
la strisciata della carta. Non ne abbiamo intenzione, anche perché
abbiamo sempre da utilizzare la carta telefonica presa a San Francisco
e che non riusciamo ad utilizzare. Così riusciamo anche a fare
un tuffo in piscina, anche se non è pulitissima. Ceniamo al ristorante
dell’hotel, anche perché nel raggio di 50 miglia non c’è niente:
una New York steek (ormai è il piatto classico della cena) con
annessi e connessi e non spendiamo più che altrove, sui 22
$ sempre a testa.