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UNA STORIA JAZZ
di
Francesco Frixione
PREMESSA: Questa
“breve” storia del Jazz non ha la pretesa né la finalità
di costituire un documento analitico e completo di tale
argomento, il quale meriterebbe tutt’altro spazio e
molteplici riflessioni. Più semplicemente, con la
seguente trattazione, si vuole offrire un quadro
complessivo e generale sulla storia e l’evoluzione di
questa musica; risulta infatti indispensabile e
necessario conoscere le radici del jazz, da cui appunto
non si può prescindere per capire (ma anche per
apprezzare) a fondo, e non solo superficialmente, questo
grande e sorprendente genere musicale.
JAZZ
(definizione): Genere di musica afroamericana,
eseguito originariamente solo con strumenti a fiato e
batteria, sorto agli inizi del XX secolo negli Stati
Uniti: è caratterizzato dal fraseggio sincopato, dalla
poliritmia strumentale, dall’improvvisazione per lo più
solistica sul tema o motivo, dall’impulso ritmico (swing).
In generale si usa indicare il tempo fondamentale del
jazz in un tempo pari, di 4/4, ma nessuna regola è stata
mai applicata nelle esecuzioni, che – avvalendosi
dell’estro inventivo del momento – hanno poi determinato
i diversi stili del jazz: quello delle brillanti
improvvisazioni di Louis Armstrong; quello delle
elaborate e raffinate composizioni di Duke Ellington;
quello caotico delle marching-bands e dei singoli
complessi, spesso costituiti da pochi strumentisti.
Sull’etimo del termine gli studiosi si sono trovati in
contrasto: jazz potrebbe derivare dal nome di un
musicista nero, Jazzbo, protagonista delle prime
vicende di questa musica; dal francese
jaser
(balbettare); dalla pronuncia americana del
nome Charles, gradatamente ridotto in
chaz e poi in
jazz; da razz band
(complesso musicale di colore) oppure, ipotesi non priva
di fondamento, da un monosillabo di una lingua africana,
il Kikongo, con significato di carattere sessuale
(eiaculazione).
“Jazz is
not about flat fives or sharp nines, or metric
subdivisions, or substitute chord
changes, Jazz is about feeling, communication, honesty,
and soul. Jazz is not supposed
to boggle the mind. Jazz is meant to enrichthe spirit.
Jazz can create jubilance. Jazz
can induce melancholy. Jazz can energize. Jazz can
soothe. Jazz can make you shake
your head, clap your hands, and stomp your feet. Jazz
can render you spellbound
and hypnotized. Jazz can be soft or hard, heavy or
light, cool or hot, bright or dark.
Jazz is for your heart. Jazz moves you.”
Joshua Redman (from “MoodSwing”- 1994).
STORIA DEL
JAZZ: La tratta di schiavi neri in America iniziò
nel 1500. Comprati in Africa occidentale presso mercanti
indigeni, i neri portarono nel Nuovo Mondo una ricca
varietà di musiche, danze, strumenti, vocaboli, riti e
tradizioni. Nelle colonie cattoliche (francesi,
spagnole, portoghesi) tali retaggi africani, tollerati,
sopravvissero quasi intatti; nel contempo l’incrocio tra
musiche nere e bianche partorì nuovi generi. Le colonie
inglesi (poi divenute Stati Uniti d’America),
protestanti, furono più repressive. Negli anni della
schiavitù (1619-1865), ai neri fu proibito suonare la
loro musica. Molti impararono la musica bianca; solo in
campagna le tradizioni africane sopravvissero,
trasformate in canti popolari in inglese. Solo verso il
1830 i bianchi
scoprirono la musica nera: venne di moda il
minstrel show,
ambiguo spettacolo in cui bianchi truccati da neri
snocciolavano in modo grottesco scenette, canzoni e
balli; un primo, lieve influsso nero si insinuava così
nella musica bianca. Celebri divennero le canzoni
“negre” di Stephen Collins Foster. L’unico
compositore colto a ispirarsi ai neri fu Louis M.
Gottschalk, le cui pagine contengono vividi
preannunci del jazz. Dopo l’emancipazione (1865) la
musica nera esplose: gli artisti neri irruppero nel
minstrel show dandogli nuova linfa; si distensero corali
nere in trascrizioni colte di spirituals, e compositori
e concertisti neri (James Postlewaite, Blind Tom, Blind
Boone, John Douglass). Nel folclore si cristallizzò una
forma fecondissima, il blues. Ma la reazione razzista
ricacciò tutti i neri nel ghetto: non liberi artisti, ma
giullari dell’uomo bianco. La loro musica poté così
circolare solo in bettole, bordelli, o in ambiti
“minori” come la banda. Verso il 1895 la fusione tra
musica nera colta e popolare generò a Saint-Louis il
ragtime. A New Orleans, un ulteriore incrocio produsse
il jazz, che in origine era ragtime per banda con
abbellimenti improvvisati.
E’ quindi New Orleans ad essere la patria indiscussa del
jazz. Questa città si trova nella Louisiana, regione
dove
le temperature sono alte e l’umidità nell’aria si fa
sentire, portando con naturalezza a una sorta di
indolenza compiacente. Non per niente New Orleans ha uno
dei soprannomi più belli, The
Big Easy, che, azzardando una traduzione, può
suonare in italiano proprio come “la città facile”, o
“la grande rilassata”, al contrario delle metropoli del
Nord, attive fino alla frenesia, ma spesso chiuse. Anche
il Mississippi – il
“Grande padre delle acque”, per stare alle definizioni
indiane –, che scorre fin qui per gettarsi nel Golfo del
Messico, vi arriva quasi “stanco” dopo aver percorso
migliaia di miglia, si perde in decine di anse, forma
persino un lago, attraversa una zona di grandi paludi, e
infine, ma solo quando non può proprio evitarlo, finisce
il suo viaggio in mare. Quanto all’effervescenza, o se
vogliamo a una certa bizzarria, una “atipicità”
congenita della Louisiana rispetto a tutto il resto del
Nord America, la si riscontra soprattutto nella
produttiva mescolanza di razze che da sempre
contraddistingue questa zona d’America: ed è appunto con
l’arrivo dei neri, portati dallo schiavismo, che giunge
quel tocco di “Africa” che ancora si respira nell’aria.
New Orleans
nei primi anni del 1900 aveva già consacrato diversi “King
of jazz”: gente come il leggendario
Charles Buddy Bolden, Bunk Johnson e,
soprattutto, il trombettista Joseph “King” Oliver
(è lui che scoprì e lanciò Armstrong). Tuttavia
il primo disco di jazz (1917) viene inciso per caso da
un quintetto di bianchi, l’Original Dixieland Jazz
Band, il cui valore è tuttora discusso. Dal 1923 la
discografia jazz si fa più ricca, e ci mostra
l’espansione del jazz a Chicago, New York, Kansas City;
mentre New Orleans, abbandonata dai suoi eroi, si
impoverisce. E’ questo il periodo classico del jazz. Con
Louis Armstrong (trombettista, i cui assolo
arditi e il canto rauco ne fecero l’idolo del pubblico
nero e dei musicisti) e Sidney Bechet il jazz di
New Orleans tocca il culmine e muore, trasformandosi in
uno stile nuovo, più solistico e aggressivo. Con
Bessie Smith il canto blues si sposa al solismo
jazz. Con James P. Johnson ed Earl Hines
il piano jazz tocca i vertici del concertismo; con
Fletcher Henderson e Duke Ellington si
delinea il linguaggio dell’orchestra jazz. A
Kansas City si
sviluppa uno stile più ritmico e scandito (Bennie
Moten). I bianchi trovano questa musica
elettrizzante, ma non la capiscono: per loro è solo un
nuovo genere ballabile. Delirano per le goffe orchestre
“ritmo-sinfoniche”: specie per Paul Whiteman che,
commissionando a George Gershwin la pur splendida
Rhapsody in Blue,
diffonde colossali equivoci sul jazz. Il maggior solista
bianco del periodo è Bix Beiderbecke, introverso
poeta della cornetta. La Crisi del 1929 spazza via
tutto; ma il jazz sopravvive, quasi di nascosto: durante
la Depressione
(1930-34) emerge Duke Ellington (fu colui che
elevò il jazz al rango di “musica seria”; le sue ardite
composizioni, che superavano di gran lunga i tre minuti
scarsi concessi dai vecchi settantotto giri, le sue
suite articolate in diversi movimenti e, infine, i suoi
concerti sacri, scritti nell’autunno della sua
esistenza, avevano immancabilmente suscitato forti
critiche prima di essere accettati e valutati per il
loro valore), il più grande compositore jazz. La ripresa
economica apre le porte alla rinascita del jazz, ora
chiamato swing (effetto di dondolio ritmico che induce
l’uditorio a battere il piede, schioccare le dita o
dondolare a tempo; nel jazz divenne un effetto voluto e
intensificato ad arte: accentuando i tempi deboli della
battuta, rendendo più fluida e scorrevole la scansione
del ritmo, dilatando appena la durata di alcune note a
scapito delle altre e pronunciandole in modo idiomatico;
il periodo dello swing
è compreso nel decennio 1935-1945). Sull’onda del
successo del bianco Benny Goodman il jazz conquista
platee mondiali, in una forma orchestrabile ballabile,
spesso insipida. Lo swing vede però anche la fioritura
di grandi improvvisatori neri (Art Tatum,
Coleman Hawkins, Lester Young, Charlie
Christian) e di un solitario genio europeo,
Django Reinhardt (chitarrista e compositore jazz
zingaro; sviluppò sulla chitarra uno stile sgargiante,
di bravura, in cui l’improvvisazione jazz si fondeva con
naturalezza con umori zingari, spagnoli, ungheresi,
balcanici). Ridotto infine a meccanico ingranaggio di
danza, lo swing viene seppellito dal bebop, uno stile
decisamente nero, aspro, ribelle e tumultuoso, creato da
grandi solisti come Charlie Parker (sassofono),
Dizzie Gillespie (tromba), Bud Powell
(pianoforte) e Thelonious Monk (pianoforte) e
altri. Il bebop, stile capriccioso, inorecchiabile, di
enorme difficoltà esecutiva, basato su ritmi intricati,
armonie ardite, melodie tortuose, o cantato su
grottesche tiritere scat, si connotò subito come una
musica ribelle, protestataria, intesa da pochi iniziati
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