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IL DOPO
GUERRA
Due
furono a partire dall’inizio gli indirizzi programmatici
che si diede il nuovo Stato: un pressoché totale
disimpegno in politica estera (l’isolazionismo e la
neutralità rimasero cardini indiscussi sino alla prima
guerra mondiale) e la concentrazione di tutte le energie
nella conquista degli immensi spazi a ovest degli
Appalachi. In base a una legge del 1787, che inciderà
profondamente sulla futura storia del paese, l’intero
Ovest diveniva proprietà federale; le aree via via
colonizzate sarebbero state amministrativamente
organizzate in territori, i quali, una volta raggiunti i
60.000 abitanti, sarebbero divenuti Stati e annessi
all’Unione con piena parità di diritti con i 13 Stati
fondatori.
Già sul finire del secolo si costituirono tre nuovi
Stati: il Vermont, ancora in zona appalachiana, il
Kentucky, e il Tennessee; nel 1803 si istituì l’Ohio, il
primo grande “Stato dell’Ovest”.
Man mano che avanzava l’inarrestabile marea dei coloni
in cerca di terra e di ricchezza, gli indiani, i cui
territori venivano progressivamente occupati, erano
costretti ad arretrare.
Anche se agli inizi della “conquista” il governo
federale aveva cercato, con appositi trattati, di
salvaguardare almeno in parte i loro diritti e aveva
loro assegnato speciali riserve, la “corsa all’Ovest”
condotta da uomini rudi, privi di scrupoli e di leggi,
spazzò via ogni resistenza.
Tra il 1800 e il 1835 tutti gli indiani superstiti –
molti erano stati decimati dalle malattie contagiose
trasmesse dagli stessi pionieri – furono deportati al di
là del Mississippi, in quelle terre che furono allora
definite “territori indiani”.
Nuovi Stati si andavano intanto aggiungendo all’Unione,
grazie anche alla vendita da parte di Napoleone, nel
1803, della Louisiana, un’area enorme e non ben
definita, vagamente estesa dal Mississippi sino alle
Montagne Rocciose, che avrebbe dato origine, oltre che
allo Stato della Louisiana vero e proprio, costituitosi
nel 1812, a numerosi altro Stati, tra cui l’Indiana, il
Mississippi, l’Illinois e l’Alabama. Nel 1819 l’Unione
acquistava invece dalla Spagna la Florida, che diveniva
Stato nel 1845 insieme al Texas. Con il trattato del
1846 la Gran Bretagna cedeva il cosiddetto Territorio
dell’Oregon, corrispondente all’attuale Stato
dell’Oregon e alla maggior parte di quello di
Washington; dopo una vera e propria guerra di conquista,
terminata nel 1848, il Messico rinunciava alla
California e al Nuovo Messico, dall’Utah, del Nevada,
del Colorado e del Wyoming: si completava così
l’unificazione territoriale degli Stati Uniti.
Di pari passo si andava creando una ben articolata rete
di vie di comunicazione. Nel 1825 l’apertura del canale
Erie, tra la costa atlantica e i Grandi Laghi, era stata
determinante per la prosperità del porto di New York;
nel 1830 già esisteva una ben attrezzata flotta fluviale
di navi a vapore, che permetteva di sfruttare il
Mississippi, raccordando l’Atlantico con il Golfo del
Messico; nello stesso anno facevano la loro prima
apparizione le ferrovie. La società americana diveniva
testimone di radicali trasformazioni, causate in gran
parte dall’impetuoso accrescimento demografico: la
popolazione passò infatti dai 4 milioni di abitanti
della fine del XVIII secolo ai 9,6 milioni del 1820, ai
17 milioni del 1840, agli oltre 31 milioni del 1860,
mostrando così di raddoppiare pressappoco ogni venti
anni. In sempre maggior misura giunsero gli immigrati,
ma nulla li accomunava ai primi coloni: erano
agricoltori od operai inglesi vittime dell’instabilità
economica o contadini irlandesi che letteralmente
fuggivano dalla “grande fame” del loro paese.
I nuovi arrivati tendevano a fermarsi nelle grandi città
dell’Est, specie nei centri portuali come New York
attirati da un’industria in continua espansione, oppure
a proseguire la corsa all’Ovest, destinato a diventare
il “granaio” dell’Unione; peculiare resta invece il
popolamento della California, iniziato con la frenetica
“corsa all’oro” attorno alla metà del secolo.
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