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LA GUERRA DI
SECESSIONE
L’espansione territoriale e la conseguente creazione di
altri Stati, l’apparizione sulla scena nazionale di una
nuova generazione non più cementata dai legami che
avevano saldato i “padri fondatori” e il crescente
diversificarsi dell’economia portarono prepotentemente
alla ribalta un problema già da decenni latitante:
quello degli schiavi neri. La schiavitù era infatti
stata abolita da tempo negli Stati settentrionali per
ragioni umanitarie, ma soprattutto perché l’economia del
Nord aveva strutture molto diverse da quelle del Sud e
non necessitava di questo genere di manodopera, tanto
più che i grandi porti atlantici erano sempre stipati di
nuovi immigrati in cerca di lavoro.
Presso i sudisti, per contro, era opinione comunemente
accettata che i neri fossero indispensabili per le
grandi piantagioni di cotone e tabacco, e che quindi la
schiavitù fosse ineliminabile.
Gli Stati del Nord, basati su un’economia industriale e
commerciale, intraprendente e dinamica, erano
inevitabilmente destinati a prendere il sopravvento su
una società conservatrice, latifondista, le cui risorse
dipendevano da poche monoculture legate alle richieste
del mercato mondiale e tutto sommato largamente
dipendenti dalle industri del Nord .
Il Nord era molto più forte per numero di abitanti e
risorse economiche. La sua popolazione ammontava a circa
22.000.000 di persone, contro 9.000.000 di abitanti
nella Confederazione, anche se di questi 3.500.000 erano
afro-americani.
Inoltre al Nord si trovavano i quattro quinti delle
fabbriche degli Stati Uniti. Nonostante tutti gli
elementi di disparità, la Confederazione non era troppo
svantaggiata, in quanto combattevano sul proprio
territorio, avevano una migliore conoscenza dei luoghi e
la loro linea costiera era difficile da controllare
efficacemente con un blocco navale.
La guerra fu assai aspra, benché impari fossero le forze
messe in campo: da un lato 11 Stati (Alabama, Arkansas,
Georgia, Florida, Louisiana, Mississippi, North
Carolina, South Carolina, Tennessee, Texas, Virginia),
che si erano uniti dando vita agli Stati Confederati
d’America (donde la definizione di “confederati” o
“secessionisti”, cioè separati), con una popolazione di
9 milioni di “sudisti”, per un terzo schiavi: dall’altro
ben 22 Stati, gli “unionisti” in quanto fedeli
all’Unione (cui si aggiunse nel 1863 il West Virginia,
staccatosi dalla Virginia), con una popolazione di circa
21 milioni di “nordisti”. I confederati diedero inizio
alle ostilità il 12 aprile 1861 con il bombardamento di
Fort Sumter, nel South Carolina. La guerra, chiamata
ufficialmente “di secessione”, si concluse quattro anni
dopo con la sconfitta subita il 9 aprile 1865 dal
generale Lee ad Appomattox, nella Virginia. Questo
conflitto, che fu tra l’altro la prima “grande guerra”
della storia sia per il numero delle forze in campo
(entrambi gli eserciti potevano contare su 800-900.000
unità combattenti) sia per l’entità delle perdite in
vite umane (furono oltre 650.000 i morti), ebbe
ripercussioni gravi nel Sud, che da allora rimase in una
posizione economicamente subordinata rispetto al resto
del paese.
Agli Stati secessionisti fu fatto obbligo, per poter
essere reintegrati nell’Unione, di approvare
l’emendamento della Costituzione con il quale ai neri
erano riconosciuti gli stessi diritti civili dei
bianchi.
Con il 1871 tutti gli antichi Stati confederati erano
stati riammessi nell’Unione, che contava ormai 37 unità.
Nei successivi cinquant’anni, man mano che i territori
conseguivano uno sviluppo sufficiente per poter essere
eretti in Stati, se ne aggiunsero ancora altri 11:
Colorado, Montana, Washington, North Dakota, South
Dakota, Idaho, Wyoming, Utah, Oklahoma, New Mexico e
Arizona, e così l’intero territorio statunitense risultò
diviso nei tradizionali 48 Stati. Tale numero rimase
immutato sino al 1958, quando divenne Stato l’Alaska,
acquistata dalla Russia nel 1867; l’anno successivo
furono erette a Stato anche le Hawaii, già annesse dal
1898.
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