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LA GRANDE CRISI DEL 1929
Crollo della
borsa valori avvenuto negli Stati Uniti d'America nel
1929. Dopo essersi concentrati sugli investimenti esteri
e con un'economia in continua crescita, nel 1927 i
finanzieri di Wall Street rivolsero la propria
attenzione al mercato interno e cominciarono ad
acquistare azioni in borsa provocando un aumento dei
prezzi. Con il continuo incremento del volume degli
acquisti i prezzi diventarono sempre più alti e si creò
così un boom apparentemente naturale che spinse gran
parte del pubblico a investire i propri capitali in
borsa: si stima che a metà del 1929 circa nove milioni
di statunitensi su una popolazione di centoventidue
milioni avesse investito del capitale in borsa. Molti
impegnarono tutti i propri risparmi, incoraggiati da
consulenti disonesti o incompetenti; era tale la fede
nella capacità del mercato di garantire profitti
eccezionali che non appena veniva avviata un'impresa,
spesso con programmi ingannevoli o addirittura
fraudolenti, tutti correvano ad acquistarne le azioni. A
un certo punto iniziò tuttavia a serpeggiare il timore
che anche questa crescita inaspettata sarebbe cessata.
La Federal Reserve Bank, la banca centrale statunitense,
alzò allora il tasso di interesse, ma solo dell'1%, e
suggerì alle banche di non concedere denaro in prestito
per gli investimenti in borsa, suggerimento in seguito
ritirato dietro pressione di uno dei suoi direttori che
aveva forti interessi nelle operazioni di borsa.
Alcuni operatori finanziari decisero che avrebbero
potuto realizzare un maggior profitto trasformandosi da
speculatori al rialzo in speculatori al ribasso e
iniziarono a svendere le proprie azioni. La vendita
delle azioni acquistò gradualmente velocità e il 23
ottobre più di sei milioni di azioni vennero negoziate a
prezzi sempre più bassi. Il giorno seguente, il "giovedì
nero", ne furono negoziate più del doppio. Il lunedì
nove milioni di azioni cambiarono di mano; il valore
delle azioni era calato di quattordici miliardi di
dollari in meno di una settimana. Poi, il "martedì
nero", si verificò il crollo della borsa; il prezzo
delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni,
come la General Electric, precipitò. Quel giorno più di
sedici milioni di azioni vennero negoziate e il valore
delle stesse calò di altri dieci miliardi di dollari.
Ciò ebbe un riflesso immediato sulle altre borse degli
Stati Uniti, da Chicago a San Francisco.
Fu la desolata fine di un decennio contrassegnato
dall'ottimismo, dalla prosperità e da un alto grado di
occupazione. Come logica conseguenza svanì la fiducia
nelle banche e nei banchieri, nella borsa e negli agenti
di cambio; molti fecero bancarotta e dilagò la piaga
della povertà; in molti casi fu precluso il riscatto
delle ipoteche; la disoccupazione crebbe di quasi due
milioni di unità in sei mesi. Anche se inizialmente in
molti pensarono che si trattasse solo di un necessario
aggiustamento del mercato, il crollo di Wall Street
segnò l'inizio della Grande Depressione mondiale e creò
le condizioni per il New Deal inaugurato da Franklin
Delano Roosevelt nel 1933.
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