Ve la do io l’America!

Scrivi un commento per primo / di Carlo Galici / aggiornato: 27 maggio 2016

 

Uno dei programmi televisivi della mia infanzia che ricordo con particolare piacere è “Te la do io l’America” del grande Beppe Grillo. Per chi non l’ha mai visto, anche se di recente è stato ritrasmesso in replica, Beppe Grillo, dopo un viaggio negli Stati Uniti, raccontava a suo modo gli usi e costumi americani, calcando la mano ovviamente sulle stranezze di oltreoceano con la sua solita vena ironico/polemica.
Prima di partire per l’America avevo un po’ l’idea che una volta tornato avrei potuto anch’io raccontare di cose divertenti e a loro modo fuori dal mondo. Ed una cosa molto divertente da raccontare in effetti ce l’ho: parte dell’America, soprattutto quella New York che nella mia mente rappresentava un po’ il frutto del consumismo e delle sue estreme conseguenze, mi è piaciuta.

Sono arrivato negli Stati Uniti al Liberty Airport di Newark, NJ alle 12.30 circa di martedì 10 Agosto. L’arrivo non è stato dei più agevoli ma da un certo punto di vista la cosa è stata anche molto divertente. Come tutti sanno e io avrei dovuto sapere, per entrare negli USA nella stessa autocertificazione in cui bisogna rispondere a tante domande inutili, occorre anche indicare un recapito americano al quale poter essere reperibili. Nel mio caso questo recapito era quello della casa di una mia amica che stava aspettandomi all’aeroporto, ma di cui io ignoravo completamente l’indirizzo. Sceso dall’aereo mi sono diretto verso l’ufficio immigrazione, a cui avrei dovuto mostrare questa autocertificazione, nemmeno troppo preoccupato (sicuramente ero più ansioso di scoprire se il mio cellulare era veramente triband come mi aveva promesso il negoziante …). Mentre ero in coda ho esposto il mio problema ad un’addetta dell’ufficio che mi ha detto che senza quell’informazione non mi avrebbero fatto entrare. Nel frattempo il cellulare con riusciva ancora ad agganciarsi ad un operatore di rete… Arrivato allo sportello, ho trovato un giovane ufficiale sicuro di se’, tipicamente americano che, appena gli ho detto che avevo un problema mi ha risposto che non esistevano problemi senza soluzione e, una volta saputo perché ero venuto negli Stati Uniti e che giro avrei fatto, mi ha timbrato passaporto e autocertificazione. Al che ho pensato che tutto fosse sistemato… ma il cellulare non riusciva ancora ad agganciarsi.
Una volta ritirato il bagaglio, mi sono diretto verso l’uscita dove degli addetti ritiravano il famoso foglio, che a questo punto era stato anche timbrato dall’ufficio immigrazione. Ma evidentemente questo timbro non bastava al tizio all’uscita, dato che invece di lasciarmi uscire mi ha detto di passare da un altro punto di controllo.
Cosciente (o incosciente …) che tutto questo era solo scena e che sarei comunque riuscito a superare tutto, mi sono diretto verso questo punto di controllo dove, tra i tanti sportelli liberi, mi è toccato quello presidiato da un enorme uomo nero. Questi, con aria molto pacata, ha iniziato a dirmi di non cercare giustificazioni, che ero nei guai, che se lui fosse venuto nel mio paese avrebbe dovuto fornire la solita informazione (fatto quantomeno opinabile), comunque io gli stavo dando ragione in tutto quando, dopo qualche minuto di discussione sul viaggio che avevo intenzione di fare, ha deciso di controllarmi i bagagli e, trovato un innocuo libro intitolato “Senza perdere la tenerezza” (biografia di Ernesto Che Guevara) che avevo deciso di portarmi come lettura durante il viaggio, mi ha detto (parole testuali): “Che Govera (pronuncia sbagliata ndr), communist !” … se fosse stato solo un centinaio di chili in meno gli avrei riso in faccia perché quando avevo comprato il libro mi ero proprio immaginato quella scena… Ad ogni modo, una volta controllato i bagagli (per fortuna non ha aperto la bandiera della pace…) e fattemi altre domande sul lavoro che facevo e altre cose, mi ha lasciato passare. A quel punto anche il cellulare si era agganciato.


Ho visitato New York per la prima volta mercoledì 11 agosto. In questa città è impossibile sentirsi uno straniero, sembra di essere in un mondo in miniatura, ci si possono trovare persone di tutte le razze, è la città più multietnica che abbia mai visto e probabilmente che mai vedrò. Tralasciando analisi sul modo di vivere di queste persone che non posso fare dato il poco tempo che ho passato nella Grande Mela, quello che posso dire è che a Manhattan ho trovato delle persone e dei comportamenti davvero fantastici che, tanto per fare un paragone, in una città come Milano sono ben più difficili da trovare. Dalle persone che, notandomi intento a consultare la cartina, si fermano chiedendomi se ho bisogno di aiuto, agli automobilisti che non mi sono sembrati così frenetici come si potrebbe essere portati a pensare di un luogo del genere.

Manhattan è al tempo stesso forte ed esuberante nell’Empire State Building e Times Square, quest’ultima ripulita dalla cura Giuliani grazie alla presenza di tantissimi poliziotti, tranquilla nel piacevole Central Park, turisticamente orrenda in Little Italy e Chinatown, alternativa ed europea nel quartiere residenziale di East Village, ancora ferita nella zona del World Trade Center. Visitando questo luogo non si può non provare commozione per il popolo americano, per quello che ha sofferto per questa tragedia, non si può non pensare a quanto la realtà sia diversa dalle favole che abbiamo letto e che oggi tanti media ci fanno credere, di quanto il bene e il male non siano così distinti l’uno dall’altro. Il solo pensiero che le persone che mi avevano gentilmente dato informazioni sul treno che mi portava lì da Newark, la città del New Jersey in cui alloggiavo, abbiano potuto aver perso un parente, un amico o solo un conoscente ha provocato in me un certo sconforto. Al World Trade Center hanno ricostruito la fermata della metropolitana (fa un po’ impressione sia la voce registrata sul treno che, con tono enfatico da videogame, scandisce la fermata “World Trade Center” sia vedere intorno alla fermata le fondamenta delle Torri Gemelle), nelle vicinanze c’è Wall Street, ci sono i centri dove decidono l’economia mondiale, anche il traffico è abbastanza intenso, ma nonostante tutto predomina un certo silenzio, un’aria commossa se non addirittura un po’ dimessa. In una palazzina semidistrutta dopo il crollo delle torri ci sono tre scritte che dominano dall’alto la zona: NO WAR, NO MORE LIES, DISSENT IS PATRIOTIC (No alla guerra, niente più bugie, il dissenso è patriottico).
Un’altra visita interessante è stata quella alle Nazioni Unite, dove è consentita la visita alle principali sale (tra cui quella del Consiglio di Sicurezza) accompagnati da una guida che fornisce molte informazioni interessanti. Ma la cosa che mi ha colpito maggiormente è stato vedere nel mio e negli altri gruppi di visitatori molti giovani e giovanissimi, oltretutto molto interessati. Speriamo che il futuro sia altrettanto bello della sensazione che ho avuto vedendo questa cosa.
Dopo due giorni a New York assato il fine settimana in un parco naturale nella zona est della Pennsylvania, in quella che, purtroppo, è una tipica zona rurale statunitense, uno di quei piccoli luoghi che tanto assomigliano a quello che Michael Moore ci ha mostrato in Fahrenheit 9/11. Il nome del parco è molto suggestivo: Promised Land Park (Parco Terra Promessa …). Qua, a fronte di luoghi naturali molto belli e rilassanti, la gente è patriottica ma non per il dissenso ne’ tantomeno per motivi politici. E’ patriottica e basta, qualsiasi sia il presidente americano e le sue scelte. Bandiere americane e scritte di supporto alle truppe sono esposte ovunque, nelle case, nei giardini, nei diners (l’equivalente americano delle nostre trattorie) e perfino sulle singole auto. Questa cosa mi ha dato alquanto fastidio.
Il lunedì successivo, una volta tornato a Newark, sono partito in autobus per Boston. Era un giorno piovoso, in Florida era appena passato un uragano che aveva causato una decina di vittime. Boston mi è apparsa subito molto europea, la quantità di ragazze bionde o rosse che ho notato appena arrivato è stata pari a quelle di colore a New York.
A Boston ho notato subito una cosa che a New York avevo già visto ma che mi era passata un po’ in secondo piano: negli Stati Uniti è vietato fumare. E vietato significa che nei locali, nelle metropolitane e in qualsiasi altro luogo chiuso nessuno fuma. Per un italiano questo rispetto della legge è certamente un piccolo trauma, anche se per me, essendo non fumatore, è stato un piacevole trauma. E se perfino i manager rampanti di Wall Street scendono a fumare in strada, ci si può rendere conto di quanto la mentalità e il modo di vivere americani (che poi sono abbastanza simili a quelli anglosassoni) siano diversi dai nostri e di quanto per certi aspetti sia arduo fare paragoni tra la nostra società e la loro. E anche dare giudizi oggettivi non è così semplice, specialmente avendoci passato poco tempo da turista come ho fatto io, però quello che è certo è che ne sono rimasto in un certo senso affascinato. (Nota : ho scritto il racconto prima della legge Sirchia).
Al contrario di New York, Boston è una città “storica”, cioè ha edifici risalenti al 1700-1800 ed una casa della fine del 1600, tutti disposti lungo il famoso Freedom Trail (percorso della libertà). La cosa curiosa è che ormai gran parte di questi edifici, quelli più in centro, sono circondati da grattacieli, anche se in generale mantengono intatto il loro fascino. Grande enfasi è data ad alcuni eroi dell’indipendeza americana, come Paul Revère, cosa che mi è servita per farmi un po’ di cultura sulla storia americana.
Piccola delusione è stata la visita a Cambridge e all’Università di Harvard. Harvard mi ha dato l’impressione di essere, al di fuori del bel campus universitario, un po’ artificiosamente alternativa. A partire dalla stazione della metropolitana dove, al contrario delle altre anonime fermate, si viene accolti da una allegra musichetta, alle strade dove ad ogni angolo c’è il gruppetto musicale che suona, mi è sembrato che tutto rispettasse un po’ troppo ciò che mi aspettavo. Potrei pensare che uno dei motivi per cui non mi è piaciuta è che sia troppo poco americana …. ma preferisco attribuire la colpa al fatto che quella non fosse la vera Harvard visto che in quel periodo la quasi totalità degli studenti doveva essere altrove.

Il terzo giorno nel Massachusetts ho visitato la cittadina di Salem, nota per l’episodio delle streghe che alla del 1600 portò all’impicaggione di venti persone. La città, che tra l’altro in passato fu un importante porto (testimonianza di quel periodo è il bel Peabody Essex Museum dove sono conservate tante opere d’arte portate a Salem a bordo delle navi in quell’epoca), è molto tranquilla ed è l’ideale per passare un po’ di tempo in relax. Anche i negozi e tutte le sorte di musei (o pseudo tali) delle streghe che sorgono qua e là non sono troppo pacchiani.
La stessa sera ho colto l’occasione per vivere una tipica serata da sportivo americano. Era la sera della partita di baseball tra i Red Sox di Boston e la squadra di Toronto e per caso sono capitato nella zona dello stadio, purtroppo quando la partita era già iniziata (comunque dubito che ci fossero sempre biglietti perché sono stato avvicinato da una sorta di bagarino locale …). Visto che era ora di cena ne ho aprofittato per mangiare qualcosa in un pub lì vicino, dove ovviamente tutti i clienti seguivano la partita su dei grandi schermi.

A differenza di quanto era nelle mie aspettative, la gente pur seguendo con attenzione la partita non ne era distolta dal normale conversare più di tanto ne’ tantomeno seguiva il match in modo esasperato. Gran senso di soddisfazione al termine della partita vittoriosa e, notando le persone che uscivano dallo stadio, tante famiglie e bambini.

Giovedì 19 agosto sono partito dal Logan Airport di Boston per Montreal, nel Quebec.
Seppure l’arrivo in ostello sia stato alquanto faticoso, Montreal mi è stata subito simpatica. Ho dedicato il pomeriggio e la sera di giovedì alla visita di downtown, vale a dire il centro della città nuova. Quello che ho subito notato di questa città, caratteristica che poi avrò modo di ritrovare in tutto il Quebec, è l’aria rilassata che vi si respira, veramente europea (molto più di Boston). In questa zona del Canada si parla francese ed anche fisicamente gli abitanti ricordano i nostri cugini d’oltralpe, ma al contrario dei francesi (notoriamente molto “restii” a questo tipo di gesti), essi non hanno difficoltà a conversare in inglese. La cordialità della gente è davvero eccezionale, decisamente superiore a quella statunitense, che come ho detto prima per certi versi mi era già sembrata degna di nota. L’unica cosa di Montreal poco rilassata sono gli automobilisti, molto frenetici, quasi quanto gli italiani …
Ho visitato quasi tutta downtown, da Rue St Catherine, festosamente caotica e piena di negozi, alla bella Cathédrale Marie Reine du Monde, versione in scala ridotta della Basilica di San Pietro (e tuttavia pur sempre molto imponente), fino al bel campus della McGill University.
Come New York, Boston e Toronto, Montreal ha un’efficiente metropolitana.
La mattina del giorno successivo ho visitato Old Montreal e il vecchio porto, è una zona molto turistica ed è impressionante come alcune zone ricordino la Francia, ad esempio Place Jacques Cartier. Il pomeriggio ho fatto invece una lunga passeggiata sul circuito di Formula 1 Gilles Villeneuve, per me è stata una cosa abbastanza interessante, mi ha ricordato tanti Gran Premi visti in TV o giocati a Formula 1 Gran Prix 2. Il circuito si trova sull’Ile de Notre Dame, un’isola che, insieme a Ile St Helene, è stata creata artificialmente utilizzando la terra scavata durante la realizzazione della metropolitana (forse è questo il motivo per cui questa è molto profonda e occorre fare molte rampe di scale, non tutte mobili, per arrivare ai binari …).
Il tardo pomeriggio ho fatto invece una breve visita al quartiere Le Plateau, una zona di periferia molto suggestiva, piena di negozi di cianfrusaglie, vecchi dischi usati, ecc., dove ho avuto anche modo di scambiare due chiacchiere con degli attivisti anti Bush. La sera invece sono andato al Festiblues, un festival blues di discreta importanza, che si svolgeva nell’estrema periferia. Per me è stato davvero un piacevole shock vedere tra il pubblico intere famiglie, numerose persone anziane, quelle stesse che in Italia frequentano regolarmente i luoghi dove si suona il liscio. Il concerto è iniziato alle 18.30 e verso le 21.30, quando suonava il gruppo principale, il pubblico era davvero tantissimo (grazie anche al prezzo del biglietto che era di soli 2 dollari, che comprendeva anche un libretto molto esaustivo in cui venivano presentati i gruppi che suonavano). I gruppi, a parte uno che proveniva dall’Ontario, erano tutti del Quebec e, cosa molto curiosa, cantavano in francese. Mi ha colpito il cantante dell’Ontario che a un certo punto si è rivolto in francese al pubblico suscitando una grande acclamazione da parte di quest’ultimo … mi è sembrato come quando in Italia viene un artista straniero e si rivolge al pubblico in italiano, ma in questo caso l’artista era della stessa nazionalità del pubblico!

La mattina di Sabato 21 Agosto sono partito in autobus per Quebec City, che ho raggiunto dopo un viaggio di circa 2 ore e mezzo. Quebec City, unico centro nell’America del Nord dotata di mura di cinta, è una città direi unica, una vera e propria perla in questa parte di mondo tanto che, se non fosse per la cucina, quasi non sembrerebbe nemmeno di essere in Nordamerica Ha il solito carattere sbarazzino di Montreal e penso che sia una caratteristica di tutto il Quebec, è come trovarsi in una Francia più umana, scesa dal piedistallo della sua grandeur. Sarà perché era sabato (cosa che noto per la prima volta ora che sto scrivendo) ma ho trovato la città piena di turisti che si radunavano davanti a Chateau Frontenac, un immenso albergo a forma di castello, godendo da lì la bella vista sul fiume San Lorenzo, che proseguivano poi per la caratteristica Terrasse Dufferin fino alla Citadelle e che poi scendevano nella città bassa, molto festosa e ricca di negozi e ristoranti e che sembra proseguire giocosamente negli affreschi presenti sui muri di alcuni palazzi.
Pochi sono invece quelli che ho avuto modo di vedere lungo la passeggiata nel porto vecchio, abbastanza desolata ma che permette di avere una bella vista sulla città alta (peccato che di pomeriggio Chateau Frontenac sia contro sole …).
Una piccola citazione merita l’Aubèrge Internationale de Quebec, un bellissimo ostello, molto pulito, certamente il migliore tra quelli in cui ho alloggiato in questa vacanza, seppure anche il livello degli altri non fosse basso, anzi in passato mi sono certamente trovato peggio in certi alberghi, in uno in particolare di cui non faccio il nome ma dico solo che si trova a Milano.

Domenica 22 Agosto è stata una giornata di lungo trasferimento da Quebec City a Montreal, con il solito autobus dell’andata, e da lì in aereo fino a Toronto. Ho volato con la compagnia canadese low cost WestJet, molto simpatica e “alternativa”, con una hostess fuori di testa che dopo un atterraggio un po’ movimentato ha iniziato a recitare una filastrocca.
Toronto mi è apparsa subito come un’altra cosa rispetto al Quebec, a iniziare dall’addetta alla biglietteria degli autobus che dall’aeroporto portano in centro, tanto carina quanto molto indisponente. Anche la città mi ha deluso, tanto è stato il fascino iniziale di passare accanto a dei bellissimi grattacieli, alla mitica CN Tower a allo Skydome di cui tanto avevo letto sulle guide, altrettanta è stata la delusione di vedere come la più ricca città del Canada in realtà si trova ad avere dei barboni addirittura davanti alla City Hall.
Tanto per fare il paragone tra grandi città, Toronto sicuramente non ha il carattere di Montreal, ed infatti la guida Lonely Planet la descrive come una città fredda. Però in fondo non è brutta, è che probabilmente il Quebec e New York mi avevano abituato troppo bene. Degna di citazione però è la cena ottima ed abbondante che ho avuto modo di gustare al ristorante indiano Little India.

Il giorno successivo ho iniziato a sentire un po’ la stanchezza, per cui le mie visite si sono limitate alla CN Tower (bella ma poca roba in confronto all’Empire State Building, a parte il suggestivo ascensore con vista sull’esterno), alla zona del porto e al carino Queen’s Park, dove ho fatto merenda circondato da scoiattoli…

Martedì 24 Agosto è stata la volta della visita alle famose Cascate del Niagara.
Appena arrivato in autobus a Niagara Falls, la cittadina canadese dove si trovano appunto le cascate, mi sono sentito un po’ spaesato… non mi aspettavo certo una megalopoli ma nemmeno un paese abbastanza desolato come quello in cui mi sono trovato. Mi ha ricordato un po’ i luoghi rurali che ho visitato in Pennsylvania, ovviamente è più simpatica essendo in Canada e non negli USA (anche se qua solo un ponte divide le due nazioni), ma ho notato un certo abbandono in alcune zone.
Simpatico anche l’ostello in cui ho preso subito alloggio, a differenza di tutti gli altri era a conduzione familiare, con un simpatico vecchietto inglese che mi ha preso subito in simpatia, e devo dire che la cosa è stata reciproca. Uscito dall’ostello, sono andato verso le cascate, è bastata una svolta a destra in Clifton Hill e mi sono trovato davanti tutta un’altra città, una specie di Luna Park permanente, con ogni sorta di museo assurdo, negozi inutili, colori sgargianti ovunque, che sfocia infine nella zona delle cascate dove la città cambia di nuovo, dove questa volta è la natura a far da padrona, dove ci si dimentica di ogni baraccone per turisti per ammirare questo spettacolo (ben circondato peraltro dai dei bei parchi).

Mercoledì 25 Agosto sono tornato in autobus a Toronto e da lì ho preso l’aereo per Newark, NJ. Il ritorno negli Stati Uniti è stato molto piacevole. Alla fermata dell’autobus ero l’unico bianco in mezzo a tante persone di colore, mi è sembrato di vivere in qualche film o in quei video rap che passano spesso su MTV. Un ragazzo, sapendo che non avevo i soldi contati per fare il biglietto (la macchinetta sull’autobus non dà resto) mi ha dato 10 centesimi (e dietro al mio cortese rifiuto ha insistito fino a farmeli accettare); un altro, più anziano, mi ha fatto notare dove mettere il mio grande zaino con un’aria molto amichevole. E che dire delle donne di colore, con la loro aria fiera, che su quell’autobus circondavano di affetto una bambina che era sola? Davvero una bella atmosfera.

Giovedì 26 era il giorno del ritorno. Dato che avevo l’aereo alle 19, la mattina ne ho aprofittato per dare un ultimo sguardo a New York. Alla radio e sui giornali parlavano della manifestazione contro Bush che ci sarebbe stata la domenica (l’avessi saputo prima mi sarei trattenuto qualche giorno in più…). Ho fatto un giro nella zona del Madison Square Garden, dove c’erano i preparativi per la Convention repubblicana che sarebbe iniziata il lunedì successivo e poi una passeggiata per Central Park, infine sono tornato a Newark, ho salutato per l’ultima volta Spencer il cane e Mister Mounce il gatto e sono andato all’aeroporto.

Davide.

Quanto hai trovato utile questo articolo?

1 stella2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (Lascia un voto per prima/o)
Loading...
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.