Maltempo negli Stati Uniti: uragani e tempeste tropicali

Una delle maggiori problematiche negli Stati Uniti è senza dubbio il flagello degli uragani e delle tempeste tropicali che ogni anno si abbattono sulla East Coast del Paese, provocando vittime e danni per miliardi di dollari.

Purtroppo i fenomeni meteorologici di questo tipo non sono una novità e la popolazione americana ha dovuto imparare a conviverci nel corso dei decenni.

Il cambiamento climatico di certo ha contribuito ad aggravare la situazione e ormai si contano devastazioni sempre più drammatiche negli Stati del sud.

Dunque, prima di programmare un viaggio di piacere o la luna di miele in America, è necessario tenere conto anche di quest’aspetto.

Cerchiamo di capire cosa sono gli uragani, la loro evoluzione negli Stati Uniti e in che modo il Paese cerca di fronteggiare i danni causati dal maltempo.

Cosa sono gli uragani

Per cominciare, è indispensabile comprendere in che cosa consiste esattamente un uragano. I meteorologi lo definiscono come una tipologia di ciclone tropicale che ha origine nel Pacifico orientale e nel nord dell’Atlantico, ovvero nell’emisfero settentrionale.

Il nome uragano deriva dalla parola caraibica hurican che per i nativi americani indicava il dio del vento. Un tipico uragano atlantico si forma tra l’estate e l’autunno e per convenzione la stagione delle tempeste inizia il 1 giugno e si conclude il 30 novembre.

Gli uragani però non vanno confusi con i tifoni che sono sostanzialmente la stessa tipologia di fenomeno, ma si differenziano per la zona di formazione. Infatti, i tifoni colpiscono soprattutto il Pacifico nord-occidentale e il Sud-est asiatico.

Nello specifico, gli uragani sono delle depressioni, cioè delle aree di bassa pressione atmosferica che si estendono per centinaia di chilometri sull’oceano. Sulle coste si generano fortissimi venti e precipitazioni che possono creare anche inondazioni.

L’aspetto è quello di un’enorme massa d’aria che ruota ad altissima velocità, scatenando venti al di sopra dei 120 km/h. Questi cicloni tropicali hanno origine soprattutto nelle aree più afose a ridosso dell’equatore, dove l’acqua dell’oceano è di almeno 27°.

Classificazione e nomenclatura degli uragani atlantici

Negli Stati Uniti è il National Hurricane Center a monitorare le condizioni atmosferiche dell’Atlantico e periodicamente pubblica resoconti e dirama allerte meteo nella stagione degli uragani che sono classificati in 5 categorie di potenza.

La scala di Saffir-Simpson misura l’intensità di questi cicloni tropicali dal 1969 e le classi sono state definite sulla base della velocità del vento. Inoltre ogni categoria indica la possibile entità dei danni provocati dall’uragano.

Al di sotto dei 119 km/h si parla semplicemente di tempeste o depressioni tropicali mentre oltre questa velocità si hanno i veri e propri cicloni tropicali.

Categoria 1: venti da 119 a 153 km/h con danni minimi e piccole inondazioni sulla costa.

Categoria 2: venti da 154 a 177 km/h con danni lievi a case e immobili e inondazioni fino a 2,5 metri.

Categoria 3: venti da 178 a 208 km/h con danni rilevanti ad alberi e case, inondazioni di 4 metri ed evacuazioni della popolazione.

Categoria 4: venti da 209 a 251 km/h con danni ingenti alle abitazioni, inondazioni di 6 metri ed evacuazioni per pochi chilometri nell’entroterra.

Categoria 5: venti superiori a 252 km/h con danni gravissimi alle abitazioni, inondazioni oltre i 6 metri ed evacuazioni oltre i 16 chilometri nell’entroterra.

Avrete poi notato che negli Stati Uniti viene dato un nome agli uragani. Questa consuetudine è iniziata nel 1953 e prevedeva soltanto nomi femminili mentre dal 1978 sono stati introdotti anche nomi maschili.  

La nomenclatura è stabilita dall’Omm (Organizzazione meteorologica mondiale) ancor prima della formazione degli stessi uragani. Questo ente ha redatto 6 liste di 21 nomi, utilizzate ogni anno a rotazione.

La lista è formata da nomi propri per ogni lettera dell’alfabeto e se in un anno ci sono più di 21 uragani si utilizzano le lettere dell’alfabeto greco, come già successo nel 2005.

Invece i nomi assegnati agli uragani particolarmente distruttivi vengono ritirati dalla lista e sostituiti, come successo nel caso di Katrina.

Gli uragani più distruttivi della storia americana

Gli uragani atlantici hanno una propria stagionalità e dunque ogni anno gli americani devono affrontare le tragiche conseguenze del maltempo.

La mappatura degli uragani inizia nel 1851, quando viene creato l’HURDAT, il database degli uragani atlantici stilato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration.

Dal 1851 in poi si sono contati oltre 300 uragani che hanno devastato fino a 19 Stati lungo la costa orientale, da nord a sud. Lo Stato americano più colpito di tutti è stato la Florida.

 

Tra gli uragani più catastrofici e potenti negli Stati Uniti si possono ricordare Okeechobee (1928), Karen (1962), Camille (1969), Andrew (1992), Katrina (2005), Maria (2017) e Michael (2018).

L’uragano Galveston nel 1900 è stato quello che ha prodotto più vittime, con quasi 12.000 persone ma altrettanto letali sono stati Maria con 2.982 vittime, Okeechobee con 2.500 vittime e Katrina con 1.800 vittime.

Per quanto riguarda invece l’aspetto puramente economico, ben 15 uragani hanno provocato ognuno più di 10 miliardi di danni. Di questi 3 si sono verificati tra il 2004 ed il 2017. I più costosi sono stati Katrina nel 2005 e Harvey nel 2017 che hanno causato danni per 125 miliardi di dollari.

Complessivamente ci sono stati 41 uragani con almeno 1 miliardo di danni e 20 di questi sono avvenuti dopo il 2000.

La stagione degli uragani nel 2020

Nel corso della stagione degli uragani negli Stati Uniti si verificano mediamente 11 cicloni tropicali, dei quali 6 diventano veri e propri uragani e almeno 2 si trasformano in uragani maggiori, cioè superiori alla categoria 3. Di solito il picco di attività cade intorno al 10 settembre.

L’anno 2020, già funestato dalla pandemia da Covid-19, non smette di sorprendere e fino a settembre si sono contati già 24 cicloni, di cui 7 uragani e 2 uragani maggiori. Per questo motivo sono già esauriti i 21 nomi disponibili e si procederà con le lettere dell’alfabeto greco.

A inizio anno i climatologi prevedevano un’annata particolarmente difficile dal punto di vista meteorologico ma le stime sono già state ampiamente superate.

Questa stagione è stata precoce e già a maggio ci sono stati due cicloni tropicali, Bertha e Arthur. A giugno, invece, c’è stato il passaggio sulle coste americane delle tempeste Cristobal e Dolly mentre a luglio si è avuto Hanna, il primo vero uragano del 2020 che ha fatto danni soprattutto in Texas.

Il maggior numero di eventi si è concentrato nel mese di settembre, con 10 cicloni, di cui tre uragani (Nana, Paulette, Sally e Teddy). L’uragano più distruttivo è stato certamente Laura che ha causato 27 vittime. Di categoria 4, il 26 agosto è arrivato in Texas e Louisiana e qui i venti hanno raggiunto anche i 240 km/h.

L’eccezionalità del 2020 è motivata soprattutto dalla presenza del fenomeno definito come Niña che favorisce un forte aumento di temperatura dell’Atlantico capace di formare frequenti cellule temporalesche nei pressi del Tropico del Cancro.

Entro la fine di novembre si attendono ancora un paio di cicloni tropicali che interesseranno gli Stati Uniti e tutto il Golfo del Messico.

 

 

Come viene gestita l’emergenza maltempo negli Stati Uniti

Da un punto di vista meteorologico, il 2020 è stato una stagione molto complicata da gestire per le autorità e la popolazione americana.

L’ente preposto ad affrontare situazioni di questo genere è il FEMA (Federal Emergency Management Agency), un’agenzia governativa che ha lo stesso ruolo svolto dalla Protezione Civile in Italia.

Istituito nel 1979 dal presidente Jimmy Carter, il FEMA è stato creato per dare una risposta coordinata ad eventuali calamità e disastri sul territorio nazionale. Il governatore di ogni Stato può dichiarare lo stato di emergenza e fare richiesta d’intervento del FEMA.

Quest’anno la risposta delle autorità locali è stata all’altezza delle aspettative, nonostante le difficoltà dovute ai tagli alla spesa federale per la gestione delle emergenze.

Infatti, nel 2018 Trump ha deciso di ridurre parzialmente il bilancio del FEMA, senza considerare i danni provocati dalla furia degli uragani.

Il problema del maltempo negli Stati Uniti coinvolge per lo più 8 Stati della East Coast: Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, North Carolina, South Carolina e Texas.

Per quel che riguarda le legislazioni locali in materia di emergenze e disastri naturali, tutti questi Stati federali hanno varato leggi specifiche per gestire piani di evacuazione, soccorsi, rifugi provvisori e trasporto dei feriti.

Nel corso degli anni si è cercato di creare un sistema sempre più solido per non lasciare nessuno indietro.

Sono stati perfezionati i meccanismi di allerta della popolazione e le stesse informazioni adesso sono fornite anche in spagnolo per tutelare gli abitanti di origine ispanica.

Questi 8 Stati differiscono soprattutto su chi ha il potere di emettere gli ordini di evacuazione. Per esempio, in Texas il compito spetta alle giurisdizioni locali mentre in Carolina del Sud, Georgia e Florida è il governatore ad avere questa incombenza.

Perché gli americani costruiscono case di legno nonostante il maltempo  

Quando un uragano colpisce la East Coast degli Stati Uniti migliaia di case e abitazioni sono fortemente danneggiate o spazzate via. Il motivo è presto detto.

A differenza dell’Italia, dove ha preso il sopravvento il cemento armato, gli americani hanno mantenuto la consuetudine di realizzare le proprie case in legno, materiale facile preda degli agenti atmosferici più estremi come quelli che si verificano ogni anno negli Stati del sud.

Quest’abitudine è molto antica e trae ispirazione dalle abitazioni costruite dai primi coloni nel XVII secolo che furono costretti a impiegare materiali facili da reperire nei boschi, come il legno appunto.

Si tratta di un componente economico, poco costoso da trasportare e che non necessita di grandi lavorazioni. Oggi gran parte delle famiglie preferisce vivere della classica casa indipendente in legno piuttosto che negli edifici in cemento a più piani.

Infatti, le costruzioni realizzate in muratura per il governo americano sono considerate un bene di lusso e sono spesso oggetto di forti tassazioni. Al contrario le case di legno sono esenti da qualsiasi imposta aggiuntiva.

Con lo sviluppo economico le tecniche di costruzione di queste abitazioni si sono affinate e nella gran parte dei casi si aggiunge un seminterrato che fungerà da rifugio in caso di uragano, tornado o tempesta tropicale.

Negli Stati Uniti le abitazioni di legno hanno un costo molto contenuto e con 30.000-40.000 dollari è possibile comprare una bella villetta a schiera con giardino che negli anni si potrà allargare e arricchire senza grandi spese.

L’impiego di questo materiale è anche legato al concetto di volersi liberare dall’idea di fissa dimora.

In media le famiglie americane cambiano casa anche 10 volte nel corso della propria vita, come conseguenza di avanzamenti di carriera o del proprio status economico.

Non a caso negli Stati Uniti la compravendita di immobili è 4 volte maggiore rispetto a quella italiana. In parole povere, in America le persone considerano ogni abitazione come fase di passaggio e per questo non scelgono una casa che sia per tutta la vita ma semplicemente transitoria.

Come si dice, le abitudini sono dure a morire ed ecco perché, nonostante la minaccia costante del maltempo, si continuano a costruire case di legno che puntualmente vengono rase al suolo.

Ad ogni modo negli ultimi anni molte aziende edili americane stanno cercando di mettere a punto progetti innovativi in modo da rendere queste case più robuste e sicure per chi abita nelle zone a maggiore rischio di uragani.    

   

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